Caro Blu, come stai?

È giovedì 28 maggio, percepiti 28 gradi e sono in pausa pranzo.

Sì, ho ripreso a lavorare come prima e oggi non ho ordinato su Deliveroo l’ennesimo pokè, venti minuti per sceglierlo e poi hanno tutti lo stesso sapore.

Sono seduta in quel bar in corso Garibaldi, te lo ricordi? Ti ci portavo sempre prima che il mondo si muovesse in rivolta.

Il cameriere non si è avvicinato per prendere l’ordine, ora si fa tutto tramite app e ho ancora la mascherina. Il bar è pieno, sono tutti soli e poi c’è una coppia, sono vestiti uguali, jeans e maglietta bianca, come quando alle elementari non volevo mettere il grembiule e mamma mi vestiva in bianco e blu.
Siamo tutti con il telefono in mano, anche se abbiamo già ordinato, tutti tranne loro due. Sono entrati dopo di me, si tengono per mano e parlano, parlano guardandosi nelle pupille degli occhi senza quasi battere ciglio.

Per quindici giorni, bar, ristoranti, negozi, devono misurare la temperatura a chiunque entri. È l’unico momento in cui qualcuno si avvicina, in cui uno sconosciuto si avvicina e non si allontana. Ogni volta mi batte il cuore un po’ più forte del normale, forse non so più gestire la vicinanza e divento una piccola Amelie Poulain.