15 luglio 2020

Ciao Blu, come stai?
Lo so, sono scomparsa. Questa volta ho una scusa più che valida perché non aspettavo altro che assaporare quest’estate.
L’ultima volta che abbiamo parlato stavo facendo lo valigia (o meglio lo zaino) a poche ore dalla bramata partenza.
Passeggiare (ebbene si, ora si può dire) per tutta Italia, da sopra a sotto, da destra a sinistra e sai, se chiudo gli occhi sento ancora il mio cuore battere così veloce, come se bussasse sulla gabbia toracica, impaziente come me di uscire fuori e finalmente allontanarsi.
Quanto tempo siamo stati chiusi dentro? Ho perso il conto al quinto giorno. Numerano le giornate i i reclusi che sanno quanto gli resta da scontare prima di riassaporare l’aria buona. Noi mica lo sapevamo, ma se all’inizio potevamo sentirci uccelli in gabbia, poi l’abbiamo capito che il solo restare fermi ci avrebbe permesso di muoverci. 

Non voglio più pensare allo sconforto, voglio pensare ai minuti sereni, alle ore piene.


Un giorno che ricordo in ogni suo secondo è la penultima domenica di marzo, il 22. Mi sono svegliata tardi, a mezzogiorno inoltrato, ancora ingarbugliata in un sogno: avevo ritrovato un vecchio diario scarabocchiato da una Viola sedicenne. Quando ho aperto gli occhi ho messo a soqquadro (non usavo questa parola dalle elementari, quando ti insegnano le parole con la doppia Q) la libreria, mi sono immersa nell’emozionata ricerca di quella Moleskine (rossa) e, tra lo stupore che fossero ancora nello stesso posto in cui li avevo lasciati, ho sfogliato tutti i libri che avevo anche dimenticato di aver letto. Tra una poesia di Prévert e l’altra, nascosta tra le pagine in francese, c’era una mia poesia disordinata, tra i versi di Romeo e Giulietta appunti scritti con un tratto di matita così leggero da sembrare apparso solo stringendo gli occhi, prestando la giusta attenzione. È ritornata una Viola che non ricordavo fosse esistita, una malinconica, una sentimentale Viola che oggi mi sembra ingenuamente e teneramente patetica.
Quel giorno mi sono resa conto di una cosa, Blu.
Mi sono accorta che non ho mai voluto avere tempo per ricordarmi, che ho speso così tante energie a ricordare gli altri, a cercare di dimenticare gli altri, ma non mi sono mai fermata un attimo per ricordare Viola. 

Ho memorizzato precisamente quel 22 di marzo perché ho imparato ad ammirare di nuovo il circostante, come facevo a 16 anni. Ho ripreso a disegnare, a sporcarmi le mani con i carboncini. Ho ricominciato a leggere così tanto da dover massaggiare le palpebre. Mi sono pentita di aver smesso di scrivere brutte poesie, così ho ricominciato ad ascoltarmi e a cambiare umore ogni 15 secondi. Mi sono riappropriata del mio tempo, mi sono persa in una doccia troppo lunga e una vecchia lettera d’amore. Ho ricordato che mi piacciono ancora le penne che scrivono bene, le macchie sui fogli di carta riciclata, l’odore del caffè di mia madre, stampare le fotografie e metterle in cornice. Mi piacciono le fiabe dei fratelli Grimm, gli occhi delle persone, i libri con le immagini, la mitologia greca, andare in bicicletta, le fasce per capelli, ricevere mazzi di fiori. Mi piace scrivere. 

Ti ho parlato di quello che è stato perché tu possa capire totalmente quello che è ora. 

Siamo partiti a fine giugno, Costanza, Alberto, Edoardo, una Jeep e io, tra le lacrime e tanti “non ci posso credere” lanciati al vento, ancora increduli per essere usciti da quella routine atemporale nella quale tutta l’Italia era immersa.
“Non voglio perdermi più neanche un tramonto”.
E da quando siamo partiti abbiamo rispettato il patto, anche quando le nuvole sono state troppe. Tutta la penisola, proseguendo senza itinerario definito, alla scoperta di tutto e di niente, insieme.
Stiamo ballando tanto, stiamo cantando di più.
In questo istante il sole comincia a sbadigliare, noi siamo sporchi di sabbia e per assurdo a un metro di distanza l’uno da l’altra.
Una volta al giorno ci riappropriamo di questo momento di isolamento, un attimo per restare fermi, per rimettere insieme tutte le nostre speranze e portare in superficie tutte le nostre curiosità più intime. Lo faccio a occhi chiusi cercando di memorizzare la meraviglia serrata fuori dalle mie palpebre, appendo un’istantanea nella mia testa come se avessi paura che questa bellezza mi possa essere privata domani. Mi rendo conto che non capire tutto quello che mi succede è un bene, che la risposta a tutto non esiste e che il commuoversi di felicità non è dettato solo dagli ormoni di una ragazza di 16 anni, che deve succedere sempre.

Edo accorda la sua Fender da viaggio, sono tutti vicini, manco solo io.
L’ultima cosa e poi vado, Blu.
Voglio dirtela a patto che tu ti impegni a ricordarmela una volta al mese. Ricordami che la guerra con se stessi è persa in partenza, che non devo vergognarmi se mi piace camminare mano nella mano, che la realtà non è come la programmiamo e non è una colpa da addossarci.
Siamo stati chiusi dentro casa tanto, troppo, abbiamo avuto altrettanta paura. Siamo cambiati, abbiamo toccato l’intangibile, ci siamo guardati dentro fino alla nostra coscienza.
Promettimi che mi ricorderai sempre di tutte le Viola che non voglio più lasciare indietro.

Amarsi un po'
È un po' fiorire
Aiuta sai
A non morire
Senza nascondersi
Manifestandosi
Si può eludere
La solitudine”

Cantano Battisti e mi rendo conto di aver ristabilito i miei equilibri interni, di ritenermi privilegiata di essere qui, di aver imparato ad amarmi un po’.
Li guardo immersi nell’arancione di una sera pugliese con i capelli bagnati e l’asciugamano sulle spalle, in controluce vedo i loro peli irti, la pelle d’oca, mi rendo conto di avere freddo anche io, ma non me ne ero accorta e che poco conta. In questo momento non mi sento solamente Viola SUPERBELLO, lo percepisco, lo sto vivendo, lo guardo.
Li guardo, mi accorgo che proprio di fronte a me ho il ritratto dell’amore.

Ciao Blu, gli assembramenti non sono più vietati e io vado ad abbracciarli.